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mons-crociata-mini.JPGSua Ecc. Mons. Mariano Crociata,  Segretario Generale, C.E.I.

Presentazione del volume
Ambrogio Spreafico,
Da nemici a fratelli. Il sogno di Dio per il mondo,
San Paolo, Cinisello Balsamo 2010

Monsignor Ambrogio Spreafico ci propone in questo volume un interessante Percorso biblico, come dice il sottotitolo, attraverso una ricca serie di pagine e riferimenti biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento visitati nell’ottica di una serie coerente di temi biblici quanti sono i capitoli, e cioè le coppie alternative di fratelli-nemici, violenza-non-violenza, amore-giustizia, solidarietà-esclusione, vendetta-perdono. Il libro è caratterizzato da linearità e scioltezza, scorre veloce ma intenso nella penetrazione del testo biblico e nella esposizione del suo messaggio. Si presenta compatto nell’impostazione fino a lasciarsi cogliere come un libro a tesi, volendo però così intendere la convinzione che lo pervade e l’efficacia della comunicazione, e soprattutto precisando che, se di tesi bisogna parlare, è di tesi scritturale che si tratta. Questa contiene l’annuncio che la possibilità di salvezza che Dio offre e l’invito all’uomo che ne segue sta tutta sulla linea e dalla parte della fraternità, della non violenza, dell’amore, della solidarietà, del perdono. È un annuncio che chiede accoglienza e attenta riflessione. E in questo senso vorrei sottoporre alla mia e alla vostra attenzione la domanda sul modo come “il sogno di Dio per il mondo” – per usare l’espressione del sottotitolo – può diventare realtà nella vita di tutti.

da-nemici-a-fratelli.jpgC’è una distinzione consegnataci dalla tradizione che non ha perso in attualità; dice, grosso modo, che quanto è impegno di coscienza per il singolo non può essere imposto come obbligo per gli altri, per tutti. Utile in tal senso può risultare il riferimento che il Santo Padre ha fatto a tale distinzione nell’Angelus di ieri, quando a proposito del modo praticare la fiducia nella provvidenza e il distacco dalla ricchezza richiesti dal Vangelo proclamato nella liturgia diceva: «È chiaro che questo insegnamento di Gesù, pur rimanendo sempre vero e valido per tutti, viene praticato in modi diversi a seconda delle diverse vocazioni: un frate francescano potrà seguirlo in maniera più radicale, mentre un padre di famiglia dovrà tener conto dei propri doveri verso la moglie e i figli».
Proprio qui sta il punto: la scelta della fraternità al posto della inimicizia, dell’amore, della non-violenza, della solidarietà e del perdono può essere compiuta solo da una persona libera e convinta, ancor meglio da un credente che ha fatto proprio il messaggio biblico ed evangelico e lo ha abbracciato con intima adesione e libertà. E la ragione è anche abbastanza evidente: simile scelta può essere solo il risultato di una maturazione di convinzioni e di scelte che comportano rinunce, sacrifici, e perfino rischi, come ci mostra lo stesso Cristo Gesù, che muore in croce per «un mondo che era riuscito a condannare persino l’unico giusto» (p. 151).
Conosciamo le aberrazioni a cui ha condotto la volontà di imporre come elementi costitutivi di un ordinamento sociale scelte e valori ideali che possono scaturire solo da libera e consapevole adesione personale. Una cosa però è imporre, altra cosa è proporre tali valori come unici in grado di condurre, in libertà di scelta, ad una società fraterna. Ciò di cui c’è bisogno è la possibilità di mostrare che la via indicata dal messaggio biblico porta ad una più piena umanizzazione. Ciò che la proposta biblica presenta trova riscontro nella esperienza umana, che ci dice come l’esigenza di giustizia difficilmente riesce esaudita sulla base del solo appello alla legalità. Quand’anche la legge fosse sempre e da tutti osservata, difficilmente tutti si sentirebbero trattati secondo le loro attese di giustizia. L’esigenza di giustizia che è nel cuore di tutti ha bisogno di un di più per trovare esaudimento. La giustizia retributiva non è una risposta adeguata alla sete di giustizia che abita il cuore dell’uomo. Il rischio è che una società formalmente “agnostica” rimuova la stessa possibilità di coltivare quei presupposti, per evocare Ernst-Wolfgang Böckenförde, senza i quali la democrazia non può sussistere.
Anche la comunità ecclesiale, nella sua dimensione sociale, è sottoposta ad analoghe dinamiche.
La Chiesa non è la società ideale, anche perché non è una società separata; certamente però è la comunità dotata dei mezzi di grazia e affidataria della Scrittura ispirata per tenere vivo l’annuncio di un modo nuovo di vivere le relazioni tra le persone e nella vita sociale, e insieme all’annuncio sentire acutamente il pungolo che ricorda e induce la responsabilità e lo sforzo di condurre l’esistenza, come singoli e come comunità – ciascuno secondo la propria condizione ci ricordava il Papa –, tendendo a quell’ideale di vita nella fraternità, nell’amore, nella solidarietà, nel perdono che rispecchia il modo stesso di agire di Dio con noi e schiude le porte ad un futuro e ad una società più umana. In forza di questo mandato e del relativo status la Chiesa ha anche il compito di lasciar intravedere e anticipare il compimento di una comunione dell’umanità in Dio. Ma a questo riguardo il Papa ricordava, nell’Udienza di mercoledì scorso (23 febbraio), che «non può esserci vera riforma della Chiesa se prima non c’è la nostra personale riforma e la conversione del nostro cuore».
Su questo punto noi tocchiamo il nodo cruciale della questione. Veramente una società, e prima ancora una comunità, fraterna non è opera di buona volontà umana soltanto, ma il frutto di propositi e impegni – di conversione appunto – che possono scaturire unicamente dall’iniziativa di Dio nel cuore dell’uomo. Abbiamo bisogno di scongiurare l’illusione che una società fraterna possa nascere per effetto soltanto di un progetto etico. C’è bisogno di passare ad un altro livello perché si producano effetti reali anche sul piano etico. C’è bisogno di un’anima spirituale, vorrei dire teologale, per un autentico rinnovamento etico. In un’ottica espressamente cristiana bisogna dire: «Affinché quindi la fraternità cristiana, in quanto tale, diventi una realtà viva, son necessarie prima di tutto una conoscenza viva della paternità divina e una vitale appartenenza a Cristo nell’unità della grazia» (J. Ratzinger, Fraternità cristiana, Queriniana, Brescia 1960, p. 67).
Il libro che stiamo presentando lo mette in vario modo in evidenza. Per esempio quando osserva, a proposito di Saul e Davide, che «solo lo spirito di Dio può aiutare l’uomo a non vivere oppresso dallo spirito dell’inimicizia e dall’ossessione del potere» (p. 54). O ancora quando, commentando Esodo 23, scrive: «Nel dono della legge egli non impone un giogo impossibile, di cui rendere conto, ma vuole arrivare al cuore dell’uomo e cambiarne le strutture profonde» (p. 78); poiché «la violenza nasce innanzitutto nel cuore» (p. 88). «Il problema delle guerre e delle inimicizie è interiore prima che esteriore: si annida nelle passioni» (ib.). E parlando espressamente di grazia divina, l’autore scrive su alcuni brani del cosiddetto deutero-Isaia: «Solo Dio può compiere qualcosa di nuovo […] È Dio che apre una strada nuova per il popolo. L’azione salvifica è tutta affidata a lui» (p. 135). E poi ancora a proposito del primo discorso di Gesù alla sinagoga di Nazaret di Luca 4: «Gesù afferma con decisione l’attuarsi di una giustizia non meramente retributiva, ma fondata sulla “grazia” divina» (p. 141). «La volontà di Gesù è che gli uomini siano nell’amicizia con Dio, siano liberati dalla malattia e dal peccato. Di fronte a Gesù niente è impuro, perché egli stesso ristabilisce la comunione con la vita, con Dio stesso» (p. 120). «L’incontro dei malati con Gesù permette a Dio di tornare ad abitare nell’uomo posseduto da una forza malvagia, al quale è offerta la possibilità di una vita nuova» (p. 123). Veramente siamo agli antipodi dell’umanesimo ateo; dobbiamo dire, infatti, che senza Dio non può essere nemmeno concepita una società fraterna, poiché è impossibile riconoscere e accogliere l’altro come fratello.
Tra i segni che mostrano i frutti della grazia divina che trasforma il cuore dell’uomo, merita annotare innanzitutto la trasformazione del giudizio che si opera per effetto della forza della parola, ma anche la capacità che parola e dialogo hanno per capire e far capire le conseguenze delle proprie azioni. Capire innanzitutto che « il rapporto originario tra un uomo e un altro è un rapporto tra fratelli. […] È il fratello, l’altro, che lo rende pienamente umano» (p. 12). In questo la narrazione della vicenda di Caino e Abele rimane esemplare. «L’incapacità a parlarsi fa nascere un rapporto violento con l’altro […]. Il rifiuto dell’altro prende origine dall’incapacità a instaurare una relazione con l’altro attraverso la parola. L’altro non è più un interlocutore: diviene un nemico da eliminare» (p. 14). Ma capire anche se stessi secondo verità: «La parola di Dio manifesta i peccati nascosti, rende coscienti di quanto abitualmente non si vede» (p. 109).
Accanto alla parola e al dialogo, tre termini tracciano un percorso di continua conversione per plasmare atteggiamenti e comportamenti che costruiscano fraternità: l’umiltà, la preghiera, l’amore. «L’umiltà è propria di colui che è amico di Dio e non vive combattendo contro gli altri» (p. 91). «La preghiera è l’arma debole, ma vittoriosa, che il discepolo possiede di fronte all’inimicizia. Essa infatti accorda il proprio cuore e i propri sentimenti e pensieri con quelli di Dio» (p. 95). Infine: «L’amore è aiutato dalla preghiera, perché in essa si entra in comunione e in dialogo con il Signore, che non fa mancare ai suoi figli quei sentimenti di misericordia e benevolenza con i quali egli guarda a ogni sua creatura» (ib.). In modo particolare, poi: «L’amore del nemico e la preghiera per i persecutori sono due caratteristiche distintive dei discepoli del Signore» (p. 97).

In un tempo come questo, in un mondo insieme globale e tribale (cf. p. 8), questo compito rimane possibile anche se mai completato. Anche se siamo fratelli per statuto originario, la condizione che viviamo in conseguenza del peccato ci chiede di affrontare l’esistenza come un continuo passare dall’inimicizia alla fraternità.



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