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0039 assemblea diocesana 2018 santa MessaXXV domenica – Amos 8,4-7; 1 Timoteo 2,1-4; Luca 16,1-13

22 settembre 2019
Abbazia di Casamari

     La liturgia del giorno del Signore ci guida per le strade della vita, ci aiuta a comprendere il senso della storia in mezzo agli avvenimenti talvolta tragici a cui assistiamo, dentro un creato inquinato dall’egoismo e dal senso di onnipotenza dell’uomo, ci dà speranza perché in essa si fa presente il Signore, pane di vita e di resurrezione. La Parola di Dio nella sua ricchezza si fa incontro ad ognuno di noi, affinché impariamo a riconoscere le cose che contano. Essa ci sorprende, poiché ogni volta sembra contraddire i nostri pensieri e le nostre convinzioni, mettere in discussione il nostro senso di giustizia, per aprirci agli orizzonti dell’amore di Dio, che sono sempre più larghi di quelli dell’uomo. Così si rimane non poco stupiti davanti alla pagina evangelica che abbiamo ascoltato oggi. Dove è finito il senso di giustizia di Dio, che elogia l’amministratore persino riconoscendone la disonestà?  La parabola evangelica contiene sempre qualcosa di misterioso. Il Vangelo non è mai scontato, mai è acquisito una volta per tutte, come talvolta crediamo quando lo ascoltiamo con abitudine. Esso ci apre al mistero della presenza di Dio, che celebriamo nella liturgia eucaristica.

   Nella sua bontà Dio ha affidato a ciascuno un tesoro da amministrare. Non siamo noi i proprietari di quanto abbiamo. Lo abbiamo detto ieri parlando di quando papa Francesco addita l’eccesso antropologico, cioè la sete di dominio e onnipotenza, come un grande pericolo per la custodia del creato. L’evangelista Luca più volte mette in guardia dal pericolo della ricchezza che fa sentire padroni e sicuri del proprio futuro, chiedendo invece di arricchire davanti a Dio. Ma Gesù è chiaro: c’è una disonestà di fondo nella ricchezza, perché essa crea comunque disuguaglianza e ingiustizia. Come porre rimedio?

   Il Vangelo ci esorta innanzitutto a non sottrarci al compito di essere amministratori di un tesoro non del tutto nostro, a capire che siamo tutti debitori di quanto il Signore ci ha donato, fosse solo la vita. Dovremo rendere conto a lui di come abbiamo amministrato ciò che ci è stato affidato, come ben chiarisce la parabola dei talenti che non vanno nascosti, ma impiegati. Ricchi o poveri che siamo, Dio ci ha arricchito perché noi rendiamo ricchi gli altri. La scelta dell’amministratore disonesto consiste in un atto di generosità nei confronti dei debitori del loro padrone. Non avevano nessun diritto ad avere condonato una parte del loro debito, ma quell’amministratore capì che la sua salvezza sarebbe passata solo dall’imitazione della generosità e della bontà di quel padrone, che gli aveva affidato i suoi beni. Così decise di non accumulare per sé, ma di essere di aiuto alla vita degli altri. Quel padrone è lo stesso padre della parabola del figlio prodigo. E’il Signore stesso. Si tratta di un padre misericordioso, che non si preoccupa delle ricchezze sperperate dal figlio minore, ma gioisce per averlo ritrovato. Il tesoro e la gioia di quel padre è la vita dei suoi figli, è la loro salvezza. Per questo egli si compiace della misericordia e del perdono. Egli chiede a ognuno di noi di cambiare nel profondo il nostro modo di vivere, di non sperperare il tesoro che ci è stato affidato, ma di impiegarlo per la vita degli altri. Sorelle e fratelli, di fronte all’amore e alla grande misericordia del Signore, non possiamo non riconoscere che spesso siamo stati cattivi amministratori, perché abbiamo sperperato i beni che Dio ci ha affidato o abbiamo fatto poco perché ciò non avvenisse. Penso ad esempio a quanto è successo negli anni nella nostra bella terra, la Ciociaria, depredata e inquinata dagli egoismi e dagli affaristi! Dobbiamo riconoscere che abbiamo fatto poco o niente, a volte addossando le colpe agli altri, ma non assumendoci le nostre responsabilità.  Quanti doni di Dio vengono sperperati in questo nostro mondo, a cominciare da quella parte ricca della terra, in cui noi abbiamo la grazia di vivere. E lo sperpero crea povertà, miseria, fame, malattie, e favorisce le guerre. Cattivi amministratori, mercenari, mercanti alla ricerca solo del proprio interesse, costruiscono un mondo senza amore e compassione. Così comprendiamo il senso delle dure parole profetiche di Amos, che parla a uomini che calpestano il povero e sterminano gli umili del paese, perché perseguono unicamente il loro interesse. E poi ricordiamoci sempre: gli egoisti e i prepotenti hanno sempre paura di perdere quello che hanno e creano muri, difese, barriere.

   La parola profetica, unitamente a quella del Vangelo di Gesù, risuona come un avvertimento severo, ma insieme come un invito pieno di speranza. Investiamo, come Dio nostro padre, in una vita generosa. Cerchiamo il solo interesse vero della nostra vita, scegliendo il Signore come unico padrone da servire e da amare. Amici, Gesù è chiaro: o si serve Dio o il denaro! Ci è chiesto di essere fedeli almeno nel poco, per poterlo essere anche nel molto. La Parola di Dio ci ha insegnato negli anni ad essere fedeli in un amore quotidiano per i poveri, per coltivare l’audacia di diventare fedeli nel molto. La fedeltà a questo amore impedirà che si approfondisca quell’abisso che separa la nostra vita ricca da quella dei poveri e insieme non ci farà perdere la gioia della vita presente e di quella futura. Si tratta di maturare una fedeltà nell’amore. “Essere fedeli”, ripete ben cinque volte il brano del vangelo. La parola “fedeltà” è la stessa di fede. Cari amici, il segreto del cristiano, di una vita generosa e piena di amore, è la fede. Credere che è possibile sovvertire il modo di vivere del nostro mondo ricco, cominciando da noi stessi, dall’ascolto di un vangelo che chiede di convertire il cuore e di crescere nell’amore. Spesso non siamo capaci di credere nel “molto” che viene da Dio, perché non lottiamo per quella parte forse piccola, quel poco che ci è affidato quotidianamente. I poveri, i miseri, i profughi, gli anziani soli, i malati, i perseguitati, i bambini-soldato, le donne violentate, implorano da noi generosità e amore! Non lo faremo loro mancare, ne sono certo!

   Ma la fede è innanzitutto dono di Dio, che possiamo chiedere nella preghiera.  L’apostolo Paolo ha esortato gli uomini a pregare, dovunque si trovino, “alzando al cielo mani pure senza collera e senza contese.” La preghiera ci raccorda all’amore e alla misericordia che viene da Dio, rendendoci uomini di pace, purificando le nostre mani per rendere puro il mondo dall’ira e dalle contese, dal tanto odio seminato in questo tempo. Rendiamo possibile una vita in pace, perché noi nel creato possiamo ritrovare quell’armonia di differenze che rende bella e umana la vita e il mondo. Sorelle e fratelli, la liturgia che celebriamo è preghiera, è rendimento di grazie per i beni che il Signore ci ha affidato, è lode a Dio che libera il cuore e lo purifica rendendoci amministratori dei beni e dei misteri di Dio. Grazie Signore per tutto questo!

Amen!

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Qui il video in streaming e possibilità di download

Per approfondimenti si legga la news dedicata Assemblea Diocesana: 21 e 22 settembre 2019